Se oggi vedere un disegnatore spagnolo al lavoro su alcuni dei più grandi personaggi dei comics americani è qualcosa di consueto (basti pensare, solo per citarne tre, a Belen Ortega, attualmente su Absolute Catwoman, Javier Rodriguez su Absolute Martian Manhunter e Jorge Jimenez, tra i più iconici disegnatori del Batman del nuovo millennio), negli anni ’90 la situazione era ben diversa, ma proprio in quel momento stava iniziando a cambiare.
È in questo contesto che prende avvio la lunga carriera di Salvador Larroca: insieme al compianto Carlos Pacheco, Larroca muove i primi passi nel fumetto Marvel in quella palestra di grandi talenti che è stata Marvel UK, la succursale inglese del colosso statunitense che, negli anni della sua massima espansione (durante gli anni ’90) prima della chiusura, ha visto nascere progetti bizzarri ma anche piccole perle che hanno valorizzato numerosi autori e autrici, artisti e artiste poi diventati stelle internazionali.
Larroca ha proseguito la sua carriera negli Stati Uniti lavorando su Heroes Reborn e su un lungo ciclo dei Fantastici Quattro con Chris Claremont prima di approdare agli X-Men, che avrebbe disegnato a più riprese nell’arco di quindici anni realizzando serie come X-Treme X-Men. Nel 2008, in concomitanza con l’uscita del film, rilancia Iron Man insieme a Matt Fraction realizzando una delle run più apprezzate del personaggio, tanto da vincere un Eisner nel 2009. Dopo una vita passata a disegnare supereroi, nel 2015 entra nel gruppo di artisti dedicati ai progetti di Star Wars, tra cui Darth Vader e Doctor Aphra.
Ospite del COMICON Bergamo, abbiamo parlato con l’artista spagnolo dei suoi inizi, della sua carriera e del suo stile, che negli anni si è evoluto verso un approccio sempre più realistico, senza però dimenticare le origini più cartoon.

Buongiorno Salvador e grazie per il tuo tempo. Vorremmo ripercorrere la tua carriera, partendo dagli inizi: quando hai deciso di intraprendere questa strada e quali sono state le tue prime ispirazioni? Ho letto che all’inizio avevi un altro lavoro, come cartografo.
Non è qualcosa che decidi veramente; è qualcosa che arriva con la vita, quando vieni al mondo. Mi è sempre piaciuto disegnare fin da quando ero un bambino molto piccolo, ma la vera decisione di diventare un professionista è arrivata quando avevo 28 anni, quando Marvel UK mi propose di lavorare per loro. All’epoca collaboravo con un distributore spagnolo del marchio Marvel Comics. Realizzavo poster e brevi storie per loro e, in questo modo, Marvel UK vide il mio lavoro e mi propose di dedicare tutto il mio tempo al fumetto.
Parlando di Marvel UK e poi del passaggio al mercato statunitense, sei stato uno dei primi autori spagnoli ad arrivare negli Stati Uniti, insieme a Carlos Pacheco e Pasqual Ferry. Com’era allora entrare in una realtà così diversa rispetto all’ambiente spagnolo?
Carlos era con me, Pasqual arrivò più tardi. La questione è che abbiamo fatto tutto insieme. Io e Carlos cercavamo di prendere le decisioni insieme, perché avevamo una sorta di obiettivo comune e volevamo andare avanti fianco a fianco.
Entrambi abbiamo trovato la nostra strada lì, iniziando con la DC Comics. Io ho iniziato con Marvel, ma ho anche realizzato sei numeri per DC ed era tutto molto entusiasmante perché passavamo tutto il nostro tempo a pianificare le cose. Era un modo di lavorare insieme come colleghi professionisti, ma anche di vivere un’avventura come amici.
Rispetto a quegli anni, come vedi l’evoluzione del mercato americano, soprattutto per quanto riguarda gli artisti spagnoli? Oggi credo che gli artisti spagnoli siano una delle comunità più numerose tra quelli che lavorano per Marvel e DC, o più in generale per l’industria statunitense, al pari del gruppo italiano.
Le cose sono molto diverse oggi rispetto a quando abbiamo iniziato. Ora esiste internet e, se hai una connessione veloce, puoi lavorare da qualsiasi luogo. Il talento è talento, ovunque si trovi. Ma a quei tempi la maggior parte degli artisti spediva le proprie tavole tramite FedEx o DHL. Noi siamo arrivati alla Marvel in un periodo in cui i disegnatori a matita erano delle vere star. Anche noi abbiamo vissuto quel momento.
Ora i disegnatori sono lavoratori, rispetto alle persone che scrivono. Potrei raccontare moltissime storie su di me, Carlos, Pasqual e altre persone e oggi molti non ci crederebbero: allora erano possibili cose che adesso non lo sono più per gli artisti. Quando ho iniziato l’editor mi dava la trama e io la disegnavo. Oggi l’editor ti dice come devi fare le cose. I proprietari dei personaggi, i detentori delle licenze, ti dicono come devi disegnare, per esempio, una spada laser. Non dipende più tutto da te. Ed è una grande differenza.
Le vendite sono più basse e i compensi sono inferiori, molto inferiori. Per questo preferisco lavorare ai miei progetti personali piuttosto che essere sotto il controllo di un editor.

Dopo Ghost Rider e altri numeri riempitivi che hanno contribuito a consolidare la tua reputazione sul mercato, il primo grande banco di prova è arrivato prima con Heroes Reborn e poi con I Fantastici Quattro insieme a Chris Claremont: una lunga run che ha introdotto cambiamenti non sempre apprezzati dai fan. Cosa ricordi di quel periodo e, soprattutto, del lavoro con Claremont, che all’epoca era già una leggenda del fumetto americano?
È stato molto emozionante perché ero un lettore delle sue opere: il mio gruppo di X-Men preferito è quello di Claremont, John Byrne e Terry Austin alle chine. Quello era il mio dream team. E poi, più avanti, quelli di Chris Claremont con Jim Lee. Quindi per me era qualcosa di davvero entusiasmante.
Però Chris è molto lento nello scrivere. Io chiedevo spesso al mio editor: «Per favore, dammi una trama, ho bisogno di più materiale». E lei disse a Chris Claremont che lo stavo sollecitando per avere le sceneggiature più velocemente. Così, durante una convention negli Stati Uniti, lo vidi arrivare, sedersi accanto a me e dirmi: «Scusa, Salva, cercherò di essere più veloce».
È stato molto gentile, molto educato con me, e capivo la pressione a cui era sottoposto. Da quel momento diventammo ottimi amici. È venuto in Spagna e ha passato una settimana a casa mia e io ho passato una settimana a casa sua. Abbiamo collaborato molte volte e ancora oggi ogni tanto ci sentiamo, perché è una persona davvero fantastica.
La tua carriera è iniziata negli anni ’90 ed è arrivata fino a oggi. In questo periodo sono cambiate moltissime cose, non solo il modo di lavorare ma anche lo stile. Anche il tuo stile si è evoluto molto rispetto agli inizi. Cosa ha ispirato questa evoluzione nel corso degli anni e cosa pensi dei cambiamenti dell’industria?All’inizio cercavo di imitare gli stili più popolari. Joe Madureira, Jim Lee o qualunque cosa fosse di moda in quel periodo. Quando ho sviluppato uno stile più personale, penso sia stato semplicemente una questione di tempo. Quando passi anni a lavorare duramente, alla fine sviluppi completamente il tuo stile. Quando ho iniziato a essere soddisfatto del mio lavoro, ho deciso che ogni progetto avrebbe dovuto avere uno stile diverso.
Per esempio, quando ho realizzato Heroes Reborn, avevo un approccio più vicino allo stile di Madureira. Quando ho fatto New Universal, invece, ho cercato di essere più realistico perché nella mia mente quello stile era più adatto alla storia. La stessa cosa è successa con Iron Man. Ma, per esempio, quando ho disegnato X-Treme X-Men ho utilizzato uno stile molto più vicino al cartoon.

Parlando di X-Men, hai lavorato su questi personaggi molte volte, in diversi momenti della tua carriera e della loro storia editoriale. Hai realizzato X-Treme X-Men, ma anche numerose volte Uncanny X-Men. Qual è il tuo rapporto con questi personaggi? Come è iniziato e come si è evoluto?
Penso che qualcuno mi abbia detto che sono l’artista che ha realizzato più serie degli X-Men nella storia, mettendo insieme tutti i vari titoli!
Quando ho iniziato a lavorare su X-Treme X-Men era una mia serie, quindi ho un legame particolare con quella. I miei figli erano piccoli in quel periodo e a casa parlavamo delle trame mentre cenavamo o passavamo del tempo insieme: per loro quei personaggi erano parte della famiglia di cui sentivano sempre parlare, ma che non vedevano. Era come se lo zio Wolverine vivesse negli Stati Uniti, ma prima o poi sarebbe arrivato a casa nostra. Per me, in quel periodo, era qualcosa di molto personale.

Hai parlato anche di Iron Man. Hai lavorato sul personaggio negli anni 2000, nel periodo in cui usciva il film: improvvisamente il personaggio è diventato molto più popolare rispetto al passato. Ti sei reso conto, mentre ci lavoravi, che qualcosa stava cambiando per il personaggio? Inoltre, cosa pensi che tu e Matt Fraction abbiate dato al personaggio?
Non sono un grande fan del personaggio, ma quella run di Iron Man per me è stata una delle migliori. Quando chiedi ai lettori, molti pensano che Iron Man sia sempre stato presente con le sue serie regolari, ma non è vero: il fumetto è stato anche cancellato e Tony Stark era più un membro degli Avengers che un personaggio solista. All’epoca era una specie di James Bond: un miliardario, un alcolizzato, molto attivo con le donne.
Quando hanno iniziato a lavorare al film ci hanno detto che dovevamo ripulire l’immagine del personaggio, costruire un nuovo Tony Stark, più adatto ai tempi moderni e più realistico. Per questo hanno scelto Matt, che all’epoca lavorava in televisione. Conosce il linguaggio del racconto televisivo, con poche parole riesce a dire moltissime cose.
Non ha bisogno, come Chris Claremont che è uno sceneggiatore più classico, di tre pagine di trama. Matt è molto efficace nella scelta delle parole. Da parte mia ho cercato di disegnare un Iron Man realistico, perché penso che, secondo il mio gusto, la tecnologia debba essere credibile: devi poter pensare che possa davvero esistere, da qualche parte.
Il film ebbe successo e il fumetto cavalcò quell’onda. Forse in un altro momento storico non avremmo ricevuto la stessa risposta. Ma in quel periodo il pubblico aveva un atteggiamento molto positivo verso il personaggio. E quindi anche il fumetto ebbe successo.
Era una versione più moderna del personaggio, in effetti.
Era più interessante. Forse siamo stati semplicemente molto fortunati a trovarci nel posto giusto al momento giusto. Ma di fatto è andata proprio così.
Negli ultimi anni hai lavorato soprattutto sull’universo di Star Wars. Com’è stato il passaggio dai supereroi a un altro franchise con regole completamente diverse? Esistono moltissimi fumetti di Star Wars, ma non è una vera e propria casa editrice di fumetti. Quanto è stato diverso per te?
Ero un fan di Star Wars. Quando Marvel ha acquisito la licenza mi hanno proposto di lavorare su Darth Vader. Per me è stato molto emozionante perché ancora non conoscevo Lucasfilm. A essere sincero, ora li conosco e non voglio più lavorare per loro, perché sono estremamente esigenti: ti fanno cambiare moltissime cose. Devi essere molto preciso, a volte in un modo che può sembrare quasi assurdo, perché finisci per passare più tempo a rifare le tavole che a crearne di nuove.
Per questo, in questo momento, ho deciso di lasciare sia Star Wars sia Marvel.
Riguardo alla precisione richiesta, ci sono state molte discussioni su alcuni tuoi disegni negli ultimi numeri dei tuoi lavori, che sembravano molto simili ad alcune inquadrature dei film. Era qualcosa che arrivava direttamente da Lucasfilm?
Lucasfilm vuole che i personaggi siano uguali a come appaiono nei film, ma non vuole che tu prenda direttamente le inquadrature dei film. Il problema è che a volte non hai molti riferimenti, per esempio per Mark Hamill. E io non sono il padre di nessuno di loro: riconosco i loro volti, ma non sono in grado di ricrearli perfettamente solo dalla mia memoria. Preferisco essere preciso utilizzando delle fotografie. Alcuni fan non apprezzano il fatto che si usino fotografie nei fumetti, ma personalmente non mi interessa.Voglio soltanto realizzare il miglior lavoro possibile. Se devi essere realistico, voglio che i personaggi sembrino realistici.
Le mie critiche verso Lucasfilm non riguardano i personaggi in sé. Riguardano tutte le richieste estremamente specifiche, come il modo in cui devi svolgere il tuo lavoro dal punto di vista della prospettiva, della posizione all’interno della vignetta e tutte queste piccole cose: «Sposta il personaggio di un centimetro verso sinistra». Oppure «Non puoi mettere il personaggio che parla sulla sinistra».
Sono proprio il tipo di decisioni che normalmente, come narratore, dovresti prendere tu stesso. Ti assumono per fare quel lavoro, ma poi ti dicono esattamente cosa vogliono che tu faccia. Per me è molto frustrante. Sono una persona che ha difficoltà con l’autorità quando vede che certe cose non hanno senso.

L’avvento dell’intelligenza artificiale ha già cambiato molto il mondo dell’illustrazione, del disegno e della generazione di immagini, in particolare per quelle realistiche, uno stile che utilizzi molto. Come ti rapporti a questo nuovo strumento? Vedi più rischi o più opportunità?
Tutto ciò che viene creato dall’intelligenza artificiale ha lo stesso aspetto. Puoi facilmente notare la differenza rispetto a un lavoro realizzato da un essere umano. Penso che la personalità dell’artista sia la cosa più importante che offriamo al lettore. Non mi piace l’intelligenza artificiale. Capisco che possa essere molto utile per altri tipi di lavoro, ma non per il lavoro creativo. È come chiedere cosa preferisci: la musica dei Rolling Stones oppure qualcosa creato andando su un sito internet e scrivendo quello che vuoi. Oggi chiunque può creare una canzone, ma questo non significa che sia un artista.
Penso che l’intelligenza artificiale sia molto utile, per esempio, nello studio delle immagini provenienti dai telescopi: puoi scoprire nuove galassie perché cerchiamo schemi e configurazioni nelle immagini e l’intelligenza artificiale può analizzare queste informazioni. Per me quella è un’applicazione molto utile. Ma non l’arte, in nessuna delle sue forme: film, fumetti, scrittura, musica o qualsiasi altro tipo di lavoro creativo.
Hai lavorato in questa industria per più di 30 anni. Guardando indietro, qual è il progetto a cui ti senti più legato? Ci sono rimpianti o sogni ancora presenti, qualcosa che vorresti fare e che non hai ancora fatto?
Beh, il mio sogno adesso è lavorare sui miei progetti personali e attualmente sto facendo le mie cose. Ho già pubblicato in Spagna, ora probabilmente pubblicheremo anche in Italia. E pubblicherò in altri due Paesi: Francia e un altro ancora. Se posso evitarlo, non tornerò a lavorare per Marvel. Spero che i miei progetti da autore indipendente funzionino, così da non doverlo fare.
Intervista realizzata al COMICON Bergamo il 28 giugno 2026.
Un ringraziamento a Elena Merino per il supporto.
Salvador Larroca

Nato a Valencia, Salvador Larroca è un celebre artista di fumetti spagnolo noto soprattutto per il suo lavoro nell’industria statunitense del fumetto, in particolare per Marvel Comics.
Dopo aver iniziato la carriera come cartografo, Larroca si avvicinò al mondo del fumetto nei primi anni ’90 con Marvel UK lavorando su serie come Dark Angel e Death’s Head II. Poco dopo si trasferì negli Stati Uniti dove iniziò una lunga collaborazione con Marvel Comics, diventando uno degli artisti più prolifici e riconoscibili dell’editore. Nel corso della sua carriera ha disegnato numerose serie di rilievo, tra cui Fantastic Four, X-Men, The Invincible Iron Man (con il quale ha ottenuto un Premio Eisner nel 2009) e Star Wars.
È riconosciuto per il suo stile dettagliato, caratterizzato da un forte realismo visivo, sebbene talvolta discusso da parte dei fan per l’uso di tecniche di riferimento nell’illustrazione. Tra i suoi lavori più recenti c’è il graphic novel The Horror Country, creata con lo scrittore Manuel Carballal.(Fonte: Comicon)







