{"id":950,"date":"2019-08-29T21:32:21","date_gmt":"2019-08-29T19:32:21","guid":{"rendered":"https:\/\/www.lospaziobianco.live\/comeunromanzo\/?p=950"},"modified":"2019-09-02T22:03:57","modified_gmt":"2019-09-02T20:03:57","slug":"servillo","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.lospaziobianco.live\/comeunromanzo\/servillo\/","title":{"rendered":"Servillo, non \u00e8 il numero perfetto"},"content":{"rendered":"
Come noto ai lettori di questo blog, su “Come un romanzo”<\/strong> <\/a>mi occupo del rapporto tra letteratura e fumetto. Adattamenti di opere letterarie in fumetto, ma anche tutto il difficile rapporto tra i due media. Una questione che mi interessa per ragioni professionali – da insegnante di lettere alle superiori – ma anche perch\u00e9 ritengo sia una delle questioni cruciali di questa fase storica del medium fumetto.<\/p>\n Il fumetto infatti ha subito inizialmente una considerazione bassa da parte dalla cultura accademica e in senso lato “ufficiale”, culminante con la caccia alle streghe degli anni ’50 (vedi qui la mia lettura di Wertham<\/strong><\/a>) con ampia eco anche in Italia (vedi qui<\/strong><\/a>). In seguito, \u00e8 iniziata una parziale legittimazione che – non solo per l’Italia – ha avuto una tappa importante nella fondazione di Linus<\/em><\/strong><\/a> (1965) che \u00e8 proseguita negli anni successivi, senza mai giungere per\u00f2 a un pieno riconoscimento, paragonabile a quello ottenuto dal “gemello diverso”, il cinema, divenuto in tempi molto pi\u00f9 brevi un pilastro della cultura contemporanea. Dagli anni 2000, complice una trasformazione del mercato con un graduale passaggio dal prevalere dell’edicola all’affermarsi della libreria (ovviamente molto pi\u00f9 complesso, ma non \u00e8 questo il punto dell’articolo in senso stretto), questo procedimento ha avuto una accelerazione, con la scelta dell’ambivalente etichetta di “graphic novel”.<\/p>\n Un termine imposto, legittimamente, nel 1978 da un maestro quale Will Eisner<\/strong>, per segnalare una specificit\u00e0 di “Un contratto con Dio”<\/strong> rispetto ai fumetti da edicola americani: un romanzo a fumetti, appunto, chiuso in s\u00e9 stesso, non seriale (per molti versi, l’antesignano \u00e8 “Una ballata del mare salato”<\/strong> di Hugo Pratt<\/strong>, nel 1967: per quanto il personaggio abbia avuto dei ritorni, non si tratta di una serialit\u00e0 “stretta”, da edicola, ma simile all’eroe di un romanzo di successo, come Holmes o D’Artagnan).<\/p>\n *<\/p>\n Edit: mi fa notare Andrea Tosti<\/strong>, autore di un saggio fondamentale al proposito (“Graphic novel. Storia e teoria del romanzo a fumetti e del rapporto fra parola e immagine”) che vi sono molteplici usi precedenti, “”novela gr\u00e1fica” in Spagna, gi\u00e0 attestato all’inizio del ‘900, e poi varie altre occorrenze, fino all’uso di “graphic novel” nel 1964, quando Losfeld pubblica in volume la Barbarella (1962) di Forest, da parte del critico anglosassone Richard Kyle (cito qui invece Boris Battaglia<\/strong>, altro critico che ha scritto sul tema, come in “E chiamale, se vuoi, graphic novel” – vedi qui<\/strong><\/a>). Insomma, in modo carsico il concetto esisterebbe praticamente dall’inizio del medium, anche se in generale si associa l’affermazione della terminologia a Eisner stesso.<\/p>\n *<\/p>\n Ora: graphic novel \u00e8, indubbiamente, legittimo se ha il senso preciso che ha in Eisner (anche se preferir\u00f2 sempre il termine italiano “romanzo a fumetti” all’originale americano, o all’adattamento ambiguo “romanzo grafico”); meno, se vuole segnare una perniciosa distanza del “nuovo fumetto” rispetto alla sua tradizione.<\/p>\n Oggi, l’adattamento al cinema di uno dei principali romanzi a fumetti italiani del nuovo millennio, “5 \u00e8 il numero perfetto”<\/strong> (2002) di Igort <\/strong>(qui<\/strong> <\/a>la recensione de Lo Spazio Bianco, qui<\/strong> <\/a>un’intervista, qui<\/strong> <\/a>un ampio approfondimento di Davide Occhicone), per la regia del suo stesso autore (che, tra l’altro, \u00e8 anche il direttore del nuovo Linus<\/em><\/strong><\/a>, la rivista che come dicevamo pi\u00f9 di tutte ha contribuito ad avviare il riconoscimento dei comics), di cui lo Spazio Bianco ha parlato qui<\/strong><\/a>. Il film insomma pu\u00f2 essere un nuovo passo nella legittimazione del medium, contribuendo ad allargare il suo riconoscimento e aprendo la strada a ulteriori adattamenti italiani (\u00e8 gi\u00e0 in corso un analogo lavoro su “Diabolik”).<\/p>\n Produce quindi un’innegabile tristezza (ma non, purtroppo, una radicale sorpresa) notare come nella fase di promozione si ponga una netta cesura del film – e dell’opera di provenienza – rispetto al fumetto in generale, sfera da cui proviene.<\/p>\n