Illustrazione di Gigi Cavenago, dalla pagina facebook di Roberto Recchioni<\/figcaption><\/figure>\nSuccede che il fumetto italiano inizia a scoprire a partire dagli anni duemila le potenzialit\u00e0 di mercato del\u00a0<\/strong>termine graphic novel<\/strong>. La grande tradizione di fumetto popolare italiano (dove popolare vuol dire semplicemente grandi tirature, serialit\u00e0, formato ridotto, distribuzione da edicola, predilezione della narrativa di genere) viveva di fatto in un oligopolio, che aveva imposto una certa struttura al mercato, ostica da affrontare per molte realt\u00e0 editoriali. Inoltre il fumetto popolare sembrava non riuscire ad accreditarsi come prodotto colto, di serie A, nella percezione comune e pi\u00f9 diffusa. Il termine graphic novel fece da testa d’ariete per entrare nelle librerie (fisicamente, sugli scaffali), nella loro distribuzione e nel loro pubblico. Il mantra divenne “non c’\u00e8 differenza tra fumetto e letteratura, non c’\u00e8 differenza tra fumetto e letteratura, non c’\u00e8 differenza tra fumetto e letteratura” A parte il fatto che la differenza c’\u00e8 (per fortuna!), la cosa ha negli anni generato sicuramente dei benefici per il mercato editoriale, ma anche un po’ di danni a livello narrativo. C’\u00e8 stata in quegli anni un’indiscutibile virata: intimista nei temi e letteraria nella narrazione, in cui talvolta anche il vincolo parola-immagine \u00e8 stato sul punto di essere spezzato, messo in discussione. L’effetto Wallace (quel movimento di cui si parlava prima) si \u00e8 avuto anche nel fumetto.<\/p>\nQuesto \u00e8 stato sicuramente un fenomeno caratterizzante degli ultimi dieci anni, ma ovviamente caratterizzante non vuol dire totalizzante. Recchioni, un po’ per la notoriet\u00e0 che ha saputo costruirsi, un po’ per il ruolo di propulsore di talenti e tendenze che riesce ad esercitare, \u00e8 un esempio di come il fumetto, nonostante tutto, ha saputo essere anche altro. Di Recchioni apprezzo soprattutto la sua\u00a0capacit\u00e0 di passare da un genere all’altro, da una storia all’altra<\/strong>, portando avanti anche molti lavori allo stesso tempo.\u00a0<\/strong>Mi sono chiesto se nei suoi tanti lavori ci fosse un filo rosso\u00a0<\/strong>a tenere insieme le centinaia di tavole sceneggiate di anno in anno. \u00c8 ovvio che questa mia proposta di lettura sia\u00a0un azzardo<\/strong>. Recchioni nei suoi lavori migliori sa mettere in campo\u00a0una scrittura stratificata<\/strong>, a vari livelli di complessit\u00e0, che si presta a svariate letture. Una scrittura che forse vive e guadagna potenza proprio dal suo prestarsi a vari tipi, modalit\u00e0 e abitudini di lettura. Segno della sua capacit\u00e0 di “saper guardare fuori dalla finestra” \u00e8 a mio parere la\u00a0centralit\u00e0 del tema\u00a0Nature Versus Nurture<\/em><\/strong>\u00a0nella sua opera, un tema tipicamente occidentale, con alle spalle non meno di cinque secoli di storia. A mio parere, Recchioni ha usato pi\u00f9 volte questo tema, declinandolo in varie forme, e ne ha fatto uno\u00a0strumento per costruire le sue storie e caratterizzare i suoi personaggi<\/strong>. Dopo una premessa un po’ lunghetta, ma nella quale a saper leggere tra le righe si parla molto dell’autore, verranno presi in considerazione alcuni dei suoi fumetti pi\u00f9 conosciuti.<\/p>\n\n\t\t\t\n\t\t\t\t \n\t\t\t<\/svg>\n\t\t<\/button><\/figure>Cuore di tenebra<\/em><\/figcaption><\/figure>\nIl tema:\u00a0Nature Versus Nurture<\/em><\/strong><\/h3>\nCosa eravamo noi che ci eravamo smarriti laggi\u00f9? Avremmo potuto dominare quella cosa muta o lei avrebbe dominato noi?<\/em><\/p><\/blockquote>\nQuesta citazione \u00e8 tratta da\u00a0Cuore di tenebra,\u00a0<\/em>il capolavoro di\u00a0Joseph Conrad<\/strong>, che forse pi\u00f9 di ogni altro autore ha saputo interrogarsi e guardare nel profondo il problema.<\/p>\nPartiamo per\u00f2 dalla\u00a0definizione di questi due termini<\/strong>,\u00a0Nature\u00a0<\/em>e\u00a0Nurture<\/em>,\u00a0saccheggiando un po’ dall’antropologia. L’argomento diventa centrale nel dibattito culturale occidentale nel momento in cui l’Occidente (in particolare, gli stati europei) realizza la sua piena centralizzazione del potere nell’Ottocento, con la riduzione del resto del mondo allo stato di colonia. L’espansione dell’Occidente a partire dalla fine del ‘400 volle dire per le societ\u00e0 europee anche contatto con l’altro, con una diversit\u00e0 non presente nel dettato biblico e dunque non comprensibile con gli strumenti mentali e culturali che questo offriva. In\u00a0Tristi Tropici,\u00a0<\/em>Claude L\u00e9vi-Strauss racconta\u00a0<\/em>diversi aneddoti riguardanti casi di “appercezione<\/strong>“, vale a dire una percezione del sensibile basata su conoscenze pregresse e da questa talvolta falsata. \u00c8 il caso di Colombo che nel mar dei Caraibi sostenne di aver avvistato tre sirene, che probabilmente altri non erano che tre buoi marini. \u00c8 questo un esempio di come un dato culturale, che ha a che fare con l’immaginario collettivo (le sirene) si sovrapponga e diventa strumento di lettura di un fatto naturale (l’esistenza di specie sconosciute). ((Claude L\u00e9vi-Strauss,\u00a0Tristi Tropici<\/em>, il Saggiatore, Milano, 2008, p. 66.))<\/p>\nLa distinzione tra cultura e natura \u00e8 una delle pi\u00f9 preziose conquiste della societ\u00e0 occidentale. \u00c8 grazie ad essa se la categoria “naturale” smette di poter essere associata ai fatti della morale e della societ\u00e0<\/strong>. Ma la cosa in realt\u00e0 \u00e8 pi\u00f9 problematica.<\/p>\n\n\t\t\t\n\t\t\t\t \n\t\t\t<\/svg>\n\t\t<\/button><\/figure>Hamlet<\/em><\/figcaption><\/figure>\nNon \u00e8 un caso che il discorso sul conflitto\u00a0NvN<\/em>\u00a0muove i suoi primi passi in Inghilterra, la nazione colonizzatrice per eccellenza, con il\u00a0Saggio sull’intelletto umano\u00a0<\/em>di\u00a0John Locke<\/strong>\u00a0del 1690, che a pi\u00f9 riprese cita i “selvaggi” come prova contro l’innatismo (la dottrina filosofica che ammette l’esistenza di idee innate, indipendenti da ogni esperienza). \n\u00c8 interessante per\u00f2 fare un passo indietro, fino all’inizio di quel secolo, precisamente a\u00a0Shakespeare<\/strong>, il patriarca della narrazione contemporanea. Nell’Amleto,\u00a0<\/em>Shakespeare per descrivere il comportamento moralmente deviato di Re Claudio – colpevole di aver ucciso il proprio fratello e di averne sposato la moglie Gertrude – usa un termine ben preciso (a pi\u00f9 riprese):\u00a0unnatural<\/em>. \nShakespeare usa quel termine pi\u00f9 volte, in varie occasioni ma sempre come\u00a0sinonimo di immorale<\/strong>.<\/p>\n[E Recchioni quando arriva? Ci siamo vicini, gente, e se in Recchioni non ci vedete anche un po’ di Shakespeare, vuol dire che uno dei due non l’avete letto con attenzione]<\/p>\n
Immorale e innaturale per Shakespeare quindi coincidono. \n<\/strong>Shakespeare \u00e8 colui che pi\u00f9 ha influenzato la narrazione moderna (I Soprano<\/em>\u00a0sono la pi\u00f9 grande opera shakesperiana degli ultimi quindici anni, ad esempio), in particolare lasciando una serie di eredit\u00e0 che riguardano la costruzione dei personaggi nella loro tragicit\u00e0, che trova la sua espressione pi\u00f9 compiuta nella conflittualit\u00e0 tra desideri, aspirazioni e morale, in particolare alla luce dell’equazione tra innaturale e immorale. \nInnaturale=Immorale \u00e8 un carattere dominante della cultura occidentale, democratica e non.\u00a0La dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino<\/em>\u00a0del 1789 \u00e8 un testo giusnaturalista, che vuole rimediare a una situazione di immoralit\u00e0 stabilendo “diritti naturali” ((Il testo in italiano e consultabile qui:\u00a0http:\/\/www.dircost.unito.it\/cs\/docs\/francia1789.htm)).\u00a0La Dichiarazione<\/em>\u00a0\u00e8 la manifestazione pi\u00f9 materiale e sistematica del cosiddetto\u00a0“secolo della ragione”<\/strong>, dove la ragione, bada bene, \u00e8 un fatto naturale: tutti gli uomini sono\u00a0naturalmente\u00a0<\/em>ragionevoli. \nDa Shakespeare alla rivoluzione francese concetti come giustizia, morale, diritti, istituzioni familiari, rapporti di parentela sono tutti ammantati e giustificati da una presunta naturalezza. Essere giusti perch\u00e9 naturali, vuol dire per\u00f2 anche essere giusti perch\u00e9 aderenti all’unica forma possibile di giustizia.\u00a0Natura vuol dire quindi univocit\u00e0.<\/strong><\/p>\n\n\t\t\t\n\t\t\t\t \n\t\t\t<\/svg>\n\t\t<\/button><\/figure>Joseph Conrad<\/figcaption><\/figure>\nQuesta \u00e8 una corrente di pensiero e una parte di questa storia. L’altra parte della storia, l’ho accennata prima, \u00e8 quella che ha tra i suoi protagonisti Locke. L’Ottocento \u00e8 un secolo fondamentale. Gli stati del vecchio e del nuovo mondo si lanciano alla conquista di territori, alla loro colonizzazione e all’azzeramento dell’alterit\u00e0 (fisicamente e culturalmente parlando) come forse mai avevano fatto nella loro lunga storia di conquiste. Un po’ per capire l’origine della “superiorit\u00e0” dell’Occidente, un po’ spinti dall’urgenza di conoscere l’altro prima della sua definitiva scomparsa, la materia\u00a0antropologica raggiunge una sua prima istituzionalizzazione<\/strong>\u00a0e inizia la scoperta del diverso. Ed \u00e8 in questo secolo che il conflitto tra natura (Nature<\/em>) e cultura (Nurture<\/em>) acquisisce centralit\u00e0 nella definizione dell’identit\u00e0 occidentale<\/strong>. E succede che gli autori pi\u00f9 talentuosi, che meglio sanno guardare al cuore della realt\u00e0 che vivono e alzare il naso dallo scrittoio puntano le loro penne proprio a questa questione e fanno fuoco. Joseph Conrad \u00e8 forse la voce pi\u00f9 potente.<\/p>\nPrima di arrivare a Conrad – il cui capolavoro (Cuore di Tenebra<\/em>)\u00a0\u00e8 stato scelto dallo stesso Recchioni per una trasposizione fumettistica nella collana\u00a0I maestri dell’avventura\u00a0<\/em>edita da Star Comics, che ammetto per\u00f2 di non aver ancora letto – bisogna guardare ad alcuni concetti antropologici. Sono gli antropologi infatti a definire con precisione i due concetti chiave di questa riflessione. \u00c8 da premettere che la cultura antropologica dell’Ottocento \u00e8 per lo pi\u00f9 caratterizzata da un’impostazione evoluzionistica estremizzata, che non di rado sfocia in un vero e proprio razzismo: le popolazioni non sono semplicemente diverse, sono a gradi diversi di una gerarchia dello sviluppo ben precisa. La definizione forse pi\u00f9 precisa e fortunata di cultura venne fornita da\u00a0Edward Tylor,<\/strong>\u00a0che nel 1871 scrive in\u00a0La cultura primitiva:\u00a0<\/em><\/p>\n\u00ab<\/em>La cultura, o civilt\u00e0, intesa nel suo ampio senso etnografico, \u00e8 quell\u2019insieme complesso che include la conoscenza, le credenze, l\u2019arte, la morale, il diritto, il costume e qualsiasi altra capacit\u00e0 e abitudine acquisita dall\u2019uomo come membro di una societ\u00e0.\u00bb<\/em><\/p><\/blockquote>\nCultura (che in Tylor \u00e8 sinonimo di civilt\u00e0) \u00e8 dunque tutto ci\u00f2 che \u00e8 acquisito dal vivere in relazione con gli altri uomini<\/strong>\u00a0(compreso morale e diritto di cui parlavamo sopra).<\/p>\n\u00abRisalire quel fiume era come viaggiare indietro, ai primordi del mondo.\u00bb<\/em><\/p><\/blockquote>\nOra, alla fine del secolo, nel 1899, Conrad scrive quel capolavoro che \u00e8\u00a0Cuore di Tenebra<\/em>\u00a0e lo fa con un’immagine potentissima<\/strong>: quella del battello che abbandona la societ\u00e0 occidentale e si inoltra nella giungla pi\u00f9 fitta, facendo\u00a0una specie di viaggio a “ritroso”, in cui spoglia l’uomo della cultura e ne osserva la natura senza orpelli: “L’orrore! L’orrore!” \n<\/strong>In Conrad la cultura\/civilt\u00e0 occidentale \u00e8 innanzitutto\u00a0dominio della natura<\/strong>\u00a0(se ne parlava gi\u00e0 nella citazione che apriva questo paragrafo), che viene realizzato politicamente, economicamente e tecnologicamente. Il dominio, in tutte le sue forme, presuppone per\u00f2 conoscenza e comprensione del mondo.\u00a0Cultura=dominio=comprensione\/conoscenza<\/strong>. Quanto pi\u00f9 il battello si avvicina al misterioso Kurtz, tanto pi\u00f9 questo presupposto viene meno. Scrive Conrad:<\/p>\n\u00abEravamo tagliati fuori dalla comprensione dell’ambiente circostante<\/em>.\u00bb<\/p><\/blockquote>\nIl primo effetto \u00e8 quindi la fine della comprensione e con essa del dominio. E quindi la fine della civilt\u00e0 occidentale:<\/p>\n
\u00abSiamo avvezzi a porre lo sguardo sulla forma incatenata di un mostro domato.\u00bb<\/em><\/p><\/blockquote>\n <\/p>\n\n\t\t\t\n\t\t\t\t \n\t\t\t<\/svg>\n\t\t<\/button><\/figure>Apocalypse Now<\/em> (Francis Ford Coppola, 1979)<\/figcaption><\/figure>\nTra le righe ((Le citazioni sono tratte da Joseph Conrad,\u00a0Cuore di Tenebra<\/em>, Tascabili Economici Newton, 1993.)) di Conrad c’\u00e8 un’intuizione geniale mostrata con grandi capacit\u00e0 narrative: la\u00a0cultura\/civilt\u00e0 \u00e8 un atto di costruzione, \u00e8 formazione\/deformazione della natura umana che fa da sostrato<\/strong>. Sganciata quindi la cultura\/civilt\u00e0 dal concetto di natura e dalla sua univocit\u00e0, tolta quell’ancora ideologica potente,\u00a0la cultura\/civilt\u00e0 potrebbe produrre di tutto<\/strong>. E qui le porte del relativismo cominciano a cigolare per aprirsi del tutto nel ‘900.<\/p>\nLa questione dell’educazione diventa pi\u00f9 importante che mai nel ‘900, non solo nel senso che gli stati investono e legiferano come mai avevano fatto nella storia, ma anche in ambito letterario. Forse il genere pi\u00f9 venduto e prolifico dal ‘900 ad oggi \u00e8 quello del\u00a0racconto di formazione<\/strong>. Che sia l’horror di formazione (alla King), il fantasy di formazione (come Harry Potter), la prosa post-alfabetizzata di formazione (il Piccolo Principe) ((Rubo le parole – “prosa post-alfabetizzata” – a un giornalista del Times che le us\u00f2 per descrivere l’opera d King. Un idiota.)). \nIl\u00a0racconto di de-formazione<\/strong>\u00a0(che sia\u00a0Colla\u00a0<\/em>o\u00a0Trainspotting\u00a0<\/em>di Irvine Welsh, il\u00a0Fight Club\u00a0<\/em>di Palanhiuk o\u00a0Il giovane Holden<\/em>\u00a0di Salinger)\u00a0\u00e8 il gemello cattivo del primo, che vive delle sue stesse esigenze sociali e culturali. Ed \u00e8 una spinta che non si esaurisce: oggi quello della letteratura di formazione \u00e8 forse il settore trainante dell’industria editoriale, soprattutto grazie al fatto che dalla met\u00e0 degli anni ’90 ad oggi il target \u00e8 andato allargandosi, spostando in avanti l’asticella anagrafica del termine della formazione.<\/p>\nTornando agli inizi del ‘900, un classico del racconto di formazione \u00e8 il dittico di\u00a0Jack London\u00a0<\/strong>Richiamo della foresta\/Zanna Bianca<\/em>. La vita di London \u00e8 stata breve, appena quarant’anni. Di questi, diciotto ne ha passati a scrivere, con un ritmo forsennato che lo ha portato ad accumulare in una carriera in fin dei conti non lunghissima 21 romanzi, circa 150 racconti, circa 50 poesie, 22 tra saggi e reportage, 3 testi teatrali, 4 libri di memorie. London scriveva per esigenze personali e caratteriali, ma anche per fama e per soldi (e alla fine, chi non lo fa?). London scriveva pagine come nessun altro ha fatto dopo lui e altre le scriveva col pilota automatico, dove spesso la volont\u00e0 di compiacere pubblico e editori prevaleva su tutto. London per\u00f2 aveva una capacit\u00e0, quella di\u00a0saper puntare al cuore della sua epoca<\/strong>,\u00a0<\/strong>di<\/strong>\u00a0saper tastare il polso dell’Occidente e sentirne i tormenti e le ossessioni<\/strong>. Nel Klondike dei cercatori d’oro, in particolare, London trov\u00f2 la sua epopea da raccontare, il suo teatro in cui inscenare il conflitto tra\u00a0<\/em>Nature e Nurture<\/em>\u00a0nella sua maniera pi\u00f9 viscerale, nei termini della mera sopravvivenza. Ma \u00e8 nel dittico dei cani di cui si accennava sopra che London realizza la sua intuizione pi\u00f9 geniale, trasformando delle “semplici” e spesso sottovalutate storie di cani nei suoi lavori migliori (anche pi\u00f9 di lavori come\u00a0Martin Eden\u00a0<\/em>e\u00a0Il tallone di ferro<\/em>, in cui lui per primo credeva di pi\u00f9 e la critica a seguire). L’intuizione di London anticipa di quasi trent’anni quella di Freud espressa ne \u00a0Il disagio di civilt\u00e0<\/em>:\u00a0la civilt\u00e0 \u00e8 addomesticamento<\/strong>. \u00c8 addomesticamento di una natura altrimenti violenta, eppure realmente viva, a un grado che la civilt\u00e0 non potr\u00e0 mai aspirare.<\/p>\n <\/p>\n\n\t\t\t\n\t\t\t\t \n\t\t\t<\/svg>\n\t\t<\/button><\/figure>Jack London<\/figcaption><\/figure>\n[Ok, bravo, ma Recchioni, i fumetti? Lo so che ve la sto raccontando stile Nonno Simpson, per\u00f2, pure voi: c’\u00e8 Recchioni a ogni rigo!]<\/p>\n
Spostiamo ora il discorso\u00a0Nature vs Nurture<\/em>\u00a0su un altro scenario e genere. Forse nella storia della letteratura nemmeno l’epica greca \u00e8 riuscita ad avere un ruolo di formazione imponente quanto quello che ha avuto il genere western. Il western \u00e8 stato sin dall’inizio mitopoiesi, formazione e racconto dell’ethos\u00a0<\/em>di un popolo, che intanto andava costituendosi come stato, territorio e societ\u00e0. Con le\u00a0Dime Novel\u00a0<\/em>(dal 1860) e ancor prima a partire da\u00a0L’ultimo dei Mohicani\u00a0<\/em>(1826), la formazione degli attuali Stati Uniti non solo \u00e8 stata narrata quasi in tempo reale, ma nello stesso tempo anche mitizzata e consegnata alla leggenda. Il Western ha a lungo goduto di una centralit\u00e0 produttiva in ambito cinematografico come pochi altri generi: ci arriv\u00f2 prima nell’embrionale forma kinetoscopica nel 1894, con i primi due corti\u00a0The Sioux Ghost Dance<\/em>\u00a0e\u00a0Buffalo Dance\u00a0<\/em>realizzati nei Black Maria Studio di Thomas Edison; poi ancora nel 1903, con\u00a0The Great Train Robbery\u00a0<\/em>di Porter; infine, venne definito nella sua grammatica, dai corti che David W. Griffith realizz\u00f2 per la Biograph dal 1909. A partire da Griffith e per i successivi sessantacinque anni, il Western – dato per morto a pi\u00f9 riprese – ha occupato nelle sue varie forme e declinazioni in maniera quasi costante il grande schermo del cinema, il piccolo schermo della tv e quello potenzialmente infinito dell’immaginario collettivo. Del western cinematografico \u00e8 stato detto che \u00e8 nato gi\u00e0 “sintetico” ((Jean-Louis Leutrat, Le carte del western: percorsi di un genere cinematografico, Genova, Le Mani, 1993.)). Il senso di questa affermazione sta nel fatto che il cinema eredita gi\u00e0 un corpus d\u2019immagini, eroi,\u00a0topoi<\/em>, temi, trame, icone, stereotipi elaborati nell\u2019Ottocento in ambito letterario, giornalistico e musicale. Possiamo infatti affermare che gi\u00e0 a partire da\u00a0L’ultimo dei Mohicani<\/em>\u00a0si va definendo una\u00a0western formula<\/strong>\u00a0basata su<\/strong>\u00a0quattro assunti<\/strong>:<\/p>\n1) Dall\u2019incontro degli europei con la frontiera nasce un\u00a0tertium quid:<\/em>\u00a0un popolo che \u00e8 tanto diverso da quello della vecchia Europa quanto dai Nativi. \n2) La presenza di una natura selvaggia (wilderness<\/em>) e la missione provvidenziale di conquistarlo e trasformarlo in Giardino (terrestre). \n3) La rappresentazione e la divisione del mondo dei nativi (massimo esponente dell’alterit\u00e0) attraverso il doppio stereotipo del nobile pellerossa e del selvaggio senzadio \n4) Il riconoscimento alla violenza dei bianchi di una capacit\u00e0 rigeneratrice<\/p>\n\n\t\t\t\n\t\t\t\t \n\t\t\t<\/svg>\n\t\t<\/button><\/figure>La carovana dei mormoni<\/em> (John Ford, 1950)<\/figcaption><\/figure>\nA mio modo di vedere, l’immagine pi\u00f9 rappresentativa del western \u00e8 quella della\u00a0carovana che avanza deserto<\/strong>. Sintesi perfetta del pioniere che avanza contro le avversit\u00e0 del territorio, ostacolato da forze non toccate dalla civilt\u00e0, con l’obiettivo di costruire un nuovo futuro, di imporre alla\u00a0nature\u00a0<\/em>avversa le possibilit\u00e0 della\u00a0nurture<\/em>. La stessa violenza che praticher\u00e0 e che gli consentir\u00e0 di raggiungere il suo obiettivo \u00e8 caratterizzata dal fatto di non essere una violenza “naturale”, ma efficace proprio perch\u00e9 tecnologica e socialmente organizzata.\u00a0Se il battello di Conrad penetrava nella foresta e ne rimaneva vittima, le carovane dei pionieri e i loro treni invece piegano la\u00a0wilderness<\/em><\/strong>. \nNel western quindi il dominio della\u00a0nurture<\/em>\u00a0sulla\u00a0nature<\/em>\u00a0\u00e8 un tema portante, in un genere che ha per buona parte della sua storia (almeno fino a\u00a0Sentieri selvaggi\u00a0<\/em>del 1956) un ruolo legittimante, rassicurante e moralmente a-conflittuale.<\/p>\nMa quello del conflitto tra\u00a0nature<\/em>\u00a0e\u00a0nurture<\/em>\u00a0ha generato tante attenzioni proprio perch\u00e9\u00a0potenzialmente deflagrante<\/strong>. E con il trasformarsi durante il ‘900 degli\u00a0USA<\/strong>\u00a0nell’impero per eccellenza, il tema acquisisce per l’identit\u00e0 statunitense la stessa importanza che aveva avuto nel Regno Unito nel periodo coloniale.<\/p>\nLo sguardo pi\u00f9 lucido e capace di scavare nel profondo del conflitto\u00a0nature vs nurture<\/em>\u00a0del ‘900 lo ha avuto con ogni probabilit\u00e0\u00a0Stanley Kubrick<\/strong>, che proprio tra USA e Regno Unito trascorse la sua vita. L’intera opera di Kubrick parla dell’argomento: da\u00a0Orizzonti di Gloria<\/em>\u00a0a\u00a0Full Metal Jacket,\u00a0<\/em>passando per\u00a02001: Odissea nello spazio<\/em>,\u00a0<\/em>da\u00a0Shining\u00a0<\/em>ad\u00a0Arancia Meccanica.<\/em>\u00a0Di quest’ultimo gi\u00e0 il titolo sintetizza l’intero conflitto.<\/p>\nSono interessato alla brutale e violenta natura dell’uomo perch\u00e9 \u00e8 una sua vera rappresentazione. E ogni tentativo di creare istituzioni sociali su una visione falsa della natura dell’uomo \u00e8 probabilmente condannato al fallimento.<\/em><\/p><\/blockquote>\nKubrick port\u00f2 avanti il suo discorso con una lucidit\u00e0 unica, che egli stesso sintetizz\u00f2 nella dichiarazione di sopra.\u00a0Arancia Meccanica,\u00a0<\/em>dove il tema \u00e8 trattato nella maniera pi\u00f9 esplicita e incarnato dal tentativo di rieducazione di Alexander DeLarge,\u00a0<\/em>\u00e8 il manifesto del fallimento tanto della\u00a0nature<\/em>\u00a0quanto della\u00a0nurture<\/em>\u00a0nel creare qualcosa di moralmente accettabile.<\/p>\n\n\t\t\t\n\t\t\t\t \n\t\t\t<\/svg>\n\t\t<\/button><\/figure>Arancia Meccanica <\/i>(Stanley Kubrick, 1971)<\/figcaption><\/figure>\n