Curiosa, la memoria.
Fragile, inaffidabile. Eppure coriacea, indistruttibile.
Avrò avuto sì e no otto anni, e per ragioni che non riesco a ricordare avevo accompagnato mia madre dalla sua parrucchiera. Un luogo potenzialmente imbarazzante e noioso per un ragazzino della mia indole, ma che – attraverso il filtro dei ricordi – oggi riesco a figurarmi solo come sereno, accogliente. Mi piaceva coccolarmi con i brividi che il sibilare tiepido dell’asciug

Non come quelli che ero abituato a comprare in edicola, però. Diversi. Più malinconici, più seriosi se vuoi. E anche più interessanti, per il meditabondo che ero già da quel tempo. Non chiedetemi quali fossero però, e neanche i nomi delle testate, perché qui entra in gioco la parte più fallace della mia memoria e tutto diventa inaccessibile.


Lo stile di Seth è solo apparentemente semplice: sospeso tra il tratto essenziale della vignetta e gli sprazzi di puro genio personale di ogni inquadratura, dei dettagli, della scelta stilistica di un tratto vintage che ci riporta al New Yorker degli anni ’50.
Non credo ci sia nulla di meglio per un lettore di fumetti che trovare il proprio eroe alle prese con l’avventura che lui stesso avrebbe voluto intraprendere.
Questo volume da qualche tempo è introvabile, ma confido che Coconino Press lo ripubblichi presto per non privarci di tutto il suo contributo in mistero e bellezza.
Il viaggio di Seth sulle tracce di Jack Kalo Kalloway è lo stesso per cui vorrei partire io, se solo avessi qualche indizio in più. Alla scoperta di quali fossero i fumetti di quel pomeriggio un po’ strano. Forse sono ancora là, vivi da qualche parte nella memoria. Magari sono loro la ragione più profonda di questo mio viaggio tra le storie.