
Alle porte del nuovo, orwelliano millennio, poco prima della conversione della quotidianità collettiva in un perpetuo Truman show, nel panorama della bande dessinée francese emerge La Débauche, frutto di un’armoniosa collaborazione tra lo scrittore Daniel Pennac e il fumettista Jacques Tardi. L’opera suscita numerose polemiche in Francia e la sua portata rivoluzionaria viene accolta con diffidenza; in Italia arriva con il titolo Gli Esuberati, rimanendo una gemma nascosta della letteratura d’oltralpe.
Il carismatico, singolare racconto sceneggiato dal padre dei Malaussène nasce da un moto di indignazione di fronte alle problematiche del precariato e della disoccupazione, a cui gli autori sono molto sensibili. Contrapponendosi a una classe dirigente che distoglie lo sguardo dalle strade più buie della Francia, Pennac si convince che per scuotere le coscienze serva qualcosa «qui cogne plus fort» – che colpisca più a fondo – di un romanzo e riesce a coinvolgere nel progetto l’amico Tardi, esperto nel disegnare storie di povertà, malvagità e squallore urbano, convincendolo a rappresentare una Parigi contemporanea piuttosto distante dagli scenari noir e retró in cui si muovono i suoi personaggi. Tra le pagine del fumetto, popolate di cartelloni pubblicitari sgargianti e magnati spregiudicati, prende vita un giallo dalle tinte satiriche; le quinte si aprono su una gabbia del Jardin des Plantes della capitale, luogo caro a entrambi gli artisti, dietro le cui sbarre appare improvvisamente un uomo malridotto dall’espressione vacua: una – purtroppo comunissima – specie di “homo sapiens, labore carens”.

Lo strano esemplare si rivela essere stato vittima di un licenziamento presso l’azienda di cibo per cani Katy Dog, avvenimento che fa eco a numerosi, analoghi scandali aziendali che costellano le prime pagine dei quotidiani di fine anni ’90. L’apparizione attrae i riflettori dei media in maniera morbosa, culminando in tragedia. Spetta alla veterinaria Lili e al detective Justin, ex amanti, dipanare la matassa del giallo – o infittirla ancora di più con il proprio strampalato coinvolgimento e una rete di alleati inaspettati, umani e non. L’apparente scandalo cela, infatti, una rete di inganni molto più complessa, che rivela come il potere mercifichi la sofferenza costruendo false storie di emarginazione per acquistare consensi.

Come si evince dalla dedica iniziale, il fumetto è dedicato «a tutti coloro che si ritrovano a spasso» e intende rincuorare i propri lettori attraverso il rovesciamento di un’ottica deterministica. Il titolo originale gioca semanticamente sul concetto di dissolutezza, “débauchage”, accentuando il legame tra dinamiche professionali disfunzionali e ciò che è sordido, oscuro e corrotto: al contrario della traduzione italiana Gli Esuberati, che sembra quasi connotare negativamente le vittime della vicenda, il titolo francese sottolinea la responsabilità del settore dirigenziale evocando la maniera spregiudicata con cui, attraverso mobbing, ricatti, fake news e licenziamenti ingiustificati, pretende di piegare la volontà operaia alla propria sete di guadagno.
Il racconto assume una dimensione corale che rende difficile isolare un protagonista preciso. Il denaro stesso costituisce un personaggio a tutti gli effetti e detiene la facoltà di definire la dignità ontologica degli altri. La pena massima è la perdita dell’identità conseguente al fallimento economico, come dimostra l’appellativo di chomeur inconnu con cui ci si rivolge al personaggio ingabbiato; così, il cogito ergo sum si converte in “più guadagno, più ho il diritto di esistere”. In tale cornice, la scelta strategica di ambientare la vicenda in uno zoo mostra quanto il comportamento di personaggi umani e animali – i veri detective del romanzo – si orienti in una direzione chiastica: frequente è l’inversione di gesti e pensieri tra la specie umana e le bestie; se gli esemplari dello zoo rivelano la bestialità dell’uomo dimostrandosi più intuitivi, acuti ed empatici, gli umani rivelano tutta la loro brutalità nel piacere e nel profitto che ricavano dalla spettacolarizzazione dei propri simili. Attraversando le vignette, si ha l’impressione di “spiare” la scena a propria volta e di esserne complici; lo chomeur inconnu, ridotto a “risorsa umana” e spersonalizzato, costituisce infatti una fonte di intrattenimento e l’onnipresenza delle telecamere non retrocede neanche di fronte alla morte, diventando, al contrario, ancora più pervasiva.

Per raccontare queste emergenze contemporanee, il duo Pennac-Tardi non sceglie di realizzare un reportage di graphic journalism né di adottare un tono intimo e viscerale scrivendo una graphic novel dalla tendenza autobiografica, sottoponendosi a una sfida più insolita e altrettanto audace. Senza eccessive sovrastrutture di lirismo, gli artisti puntano a costruire una parabola universale che strizza l’occhio alla definizione di favola sociale e si maschera da giallo. Le convenzioni di tale genere, spesso considerato erroneamente poco profondo e stratificato, vengono declinate in chiave sapientemente satirica: l’umorismo de La Débauche è gradevole e non compromette la credibilità dell’intreccio; non è mai aggressivo, ma risulta pungente e molto più funzionale alla critica, poiché permette l’instaurazione di un silente legame di solidarietà tra autore e pubblico, che ne vede il riflesso del proprio vissuto.
La sovrapposizione di generi e toni arricchisce l’analisi delle tematiche affrontate e un posto importante viene occupato dalla riflessione sulla minaccia della globalizzazione che, nel 1999, inizia a inquietare, dopo il crescente monopolio delle grandi multinazionali e l’ascesa di Internet. Il particolarismo anacronistico dei mondi familiari e confortevoli che Tardi predilige solitamente disegnare viene annientato dai billboards di una nuova, spoetizzata Parigi, e l’apprezzamento dell’arte rimane appannaggio di qualche sparuto passante tanto coraggioso da fermarsi ancora ad ammirare quadri di qualche artista di strada non ancora sottomesso alle logiche capitalistiche di nuovi mecenati.
La lente dissacrante degli autori non risparmia nemmeno le figure delle forze dell’ordine, sottolineandone l’arroganza prevaricatrice, la complicità omicida e la mancanza di integrità, e le istituzioni religiose. Più che la scelta di credere, viene smascherata l’ipocrisia del clero che, pur propugnando messaggi di salvezza come premio per una buona condotta, si astiene dall’intervenire dinanzi a storie di ordinaria emarginazione; inoltre, offrendo un interessante spunto di riflessione, Tardi mostra attraverso un paragone pittorico come l’idolatria pornografica del dolore sia, in fin dei conti, un pilastro dell’iconografia cattolica. Il racconto, per di più, assume tinte femministe: alcune forti donne appartenenti alla sfera familiare dei due autori incidono notevolmente nel trasmettere loro le proprie passioni artistiche, e gli autori decidono di tributarle attraverso la costruzione di personaggi femminili franchi, risoluti ed emancipati, la cui sessualità non funge da mero pretesto narrativo apparendo, al contrario, naturale e sfaccettata.

A livello grafico e stilistico il bilanciamento testo-immagine è ben equilibrato: Tardi, cosciente della scarsa abitudine del pubblico a decifrare le vignette e gli indizi che vi si celano, sacrifica virtuosismi per donare abbastanza spazio alle parole di Pennac, che ancorano l’occhio al disegno. Non si trovano, dunque, giochi di prospettiva troppo audaci; ciò aiuta a infittire il mistero, incentivando la rilettura dell’opera per rintracciare prove insieme ai detective e sollevando il lento piacere in via di estinzione di scoprire il seguito della storia pagina dopo pagina, attraverso colpi di scena ben collocati che tengono vivo il ritmo delle tavole. A livello lessicale, convivono differenti registri che spaziano dal gergo parigino e termini più propriamente letterari; l’eterogeneità si rivela dominante anche a livello contenutistico, vista la ricchezza di riferimenti a opere d’arte, simboli e personaggi universalmente noti, da Les Miserables di Victor Hugo a L’urlo di Munch. La vivacità del colore, onnipresente nella stimolante metropoli, viene taciuta in alcune strategiche scene, con attenuazione o limitazione delle tinte nei momenti di maggiore tensione.
Giocando con la chimica che si crea tra testo, immagine e spazio bianco, Daniel Pennac scardina le fondamenta di ogni scetticismo e la matita di Tardi riesce a coniugare perfettamente inchiesta, satira e intrattenimento. Attraverso La Débauche, il duo Pennac-Tardi abbandona ogni pretesa pedagogica, augurandosi che il lettore possa ritrovare nella storia il sollievo e il piacere della lettura. Gli autori auspicano che il messaggio si sedimenti con leggerezza come «essenza residuale» del romanzo, alla luce della drastica riduzione di tempo e attenzione consacrati a scrittura e lettura che, sebbene ancora non formalmente proibite, sono oggi soffocate dalla loquacità di onnipresenti schermi e dagli asfissianti ritmi imposti dalle innumerevoli Katy Dog del pianeta. Per mezzo di una penna allegorica, pungente e dissacrante, gli artisti si rivolgono a un pubblico universale senza conformarsi ai dettami tematici e stilistici della cupidigia editoriale e sfidando le pretese di tracotanza che vengono loro attribuite per questo imprevedibile “esperimento”, mostrando quanto l’ibridismo liberatorio e caleidoscopico di questa forma narrativa offra possibilità uniche.
Abbiamo parlato di:
Gli Esuberati
Daniel Pennac, Jacques Tardi
Traduzione di Yasmina Mélaouah
Feltrinelli Comics, 2024
80 pagine, brossurato, colori – 17,00€
ISBN: 9788807551543








